Figura Femminile, Bombou Toro Dogon, Mali

XIX secolo
Legno
53,5 cm

Provenienza

John J. Klejman, New York
Collezione Mozes S. Schulz, USA
Collezione Privata, Los Angeles
Collezione Privata, Bruxelles
Pace Primitive, New York
Dalton Somaré, Milano
Collezione Privata, Milano


Figura femminile Dogon e scultura del Mali

Questa straordinaria figura femminile Dogon, proveniente dall’area di Bombou Toro in Mali, rappresenta uno degli esempi più radicali e innovativi dell’Arte Africana antica. Pur rimanendo profondamente radicata nell’iconografia Dogon, la scultura si distingue per una sorprendente modernità formale e per una costruzione che supera i tradizionali criteri naturalistici.

L’anatomia della figura è completamente geometrizzata secondo i canoni di uno dei numerosi stili sviluppati nella statuaria Dogon. Il corpo viene decostruito e ricomposto attraverso una logica che privilegia l’organizzazione dei volumi rispetto alla rappresentazione realistica della figura umana.

Le masse si articolano secondo un ritmo rigoroso e coerente, mentre le linee geometriche che percorrono la superficie evocano le scarificazioni rituali reinterpretandole come elementi strutturali del linguaggio scultoreo.

Movimento, astrazione e invenzione formale

Uno degli aspetti più straordinari della scultura è la simultanea presenza di differenti movimenti all’interno della stessa composizione. Le braccia risultano infatti raddoppiate: due, terminate da mani a ventaglio, sono sollevate verso l’alto, mentre altre emergono dagli stessi gomiti per sostenere l’oggetto collocato davanti all’addome.

Questo sdoppiamento genera una complessità dinamica che rompe la tradizionale staticità della Scultura Africana. Lo stesso processo di astrazione interessa i piedi, appiattiti e integrati nella base, che assumono una forma a ventaglio pur mantenendo, in modo volutamente surreale, il corretto numero delle dita.

Per complessità concettuale e libertà compositiva, la costruzione della figura richiama il linguaggio del Cubismo sintetico, pur sviluppandosi autonomamente all’interno della tradizione artistica africana. L’opera dimostra così come la scultura Dogon condivida con l’Arte Moderna una profonda capacità di invenzione formale e di astrazione.

L’intera superficie della figura è ricoperta da una spessa patina di materiali sacrificali, testimonianza della lunga vita rituale dell’opera. L’uso di aspergere figure umane e oggetti sacri era comune nei rituali praticati sugli altari personali e ancestrali, nei santuari binu, sugli altari dedicati ai Nommo e sugli yaupilu, riservati alle donne morte durante la gravidanza o il parto.

Durante le cerimonie venivano sparse sulle sculture differenti sostanze rituali, tra cui sangue di pollo, pecora o montone sacrificati, zuppa di miglio, miscele ottenute da frutti e semi di baobab e di Parkia biglobosa, erbe bruciate, carbone e olio di Lannea acida.

Questi materiali costituivano il veicolo del nyama, la forza vitale da cui dipendevano benessere fisico, equilibrio mentale e ordine sociale. Secondo la concezione Dogon, il nyama, presente in tutti gli esseri viventi, poteva essere liberato e trasmesso attraverso il sacrificio, passando da un essere all’altro.

Il significato profondo di questi rituali emerge anche dall’etimologia del termine Dogon per sacrificio, bulu, derivato dalla radice bulo, “far rivivere” o “resuscitare”. Attraverso i rituali di aspersione, tanto l’oggetto sacro quanto colui che compiva il sacrificio venivano posti in uno stato di purezza, vitalità e rigenerazione.

È conosciuto un solo altro esemplare caratterizzato da uno stile analogo. L’estrema rarità di questo corpus accresce ulteriormente l’importanza storica, artistica e collezionistica di questa eccezionale scultura Dogon del Mali.